Pubblico la mozione che è stata presentata il 6 aprile all'Esecutivo Nazionale dell'Italia dei Valori all'Hotel Marriott di Roma
Non si può cancellare la storia di un partito che, nonostante i tanti errori, in quindici anni ha contribuito a scardinare il sistema. Non si può cancellare la storia di un partito nel chiuso di una stanza senza il coinvolgimento della base e degli eletti.
Questa mozione ritiene che la deliberazione dell'Ufficio Di Presidenza con cui si annunciava lo scioglimento dell'IDV è illegittima, perché spetta solo al Congresso Nazionale il compito di sciogliere o proseguire questa esperienza.
Questa decisione è stata presa in modo verticistico senza il coinvolgimento della base. E riteniamo che proprio l'imposizione dall'alto sia stato uno dei gravi errori del nostro partito che ha reciso il cordone ombelicale con i militanti e con la loro generosità.
Non è solo Report la causa della debacle di Italia Dei Valori, ma le cause sono ben più profonde e riguardano tutti. E per questo i sottoscrittori della mozione non se la sentono di addebitare le colpe di tutto solo ad Antonio Di Pietro. Siamo tutti responsabili.
I sottoscrittori della mozione chiedono che l'Ufficio di Presidenza in toto rassegni le dimissioni e che venga affidato a un gruppo di garanti di alto profilo il compito di guidare la transizione e l'apertura della fase congressuale, che come deciso nell'ultimo esecutivo nazionale si svolgerà il 28-29-30 giugno. Il congresso sia costituente, aperto, preveda anche le primarie, sia un congresso di idee e non di pacchetti di tessere.
Questa mozione propone il rilancio dell'IDV attraverso un piano di investimenti di idee e risorse sui territori. Non possiamo tenere immobilizzati i soldi del partito, ma chiediamo di mettere risorse sui territori per l'apertura di nuove sedi, per eventi e per coordinare la nostra presenza in rete.
I sottoscrittori della mozione si oppongono a qualunque scioglimento del partito Italia dei Valori e chiedono il mantenimento del simbolo del gabbiano spersonalizzato cosi' come annunciato piu' volte dal Presidente stesso, rispettando tale decisione. Proponiamo di modificare lo statuto attraverso un percorso aperto, anche con il coinvolgimento della rete, garantendo più trasparenza, piu' democrazia partecipata e legittimita' al dissenso interno.
I sottoscrittori della mozione condividono che l'IDV, il cui riferimento resta la storia di Antonio Di Pietro, continui ad aderire all'ALDE, partecipi alle prossime elezioni amministrative e si allei con le forze del centrosinistra per costruire un raggruppamento riformista per il rinnovamento, ma senza rinnegare i principi della nostra Carta dei Valori.
Roma 6 aprile 2013
Firmatari: Pierfelice Zazzera (Commissario regionale Puglia, Federico Pirro cons. Com. Bari, Rossella Macchiarola IDV Torremaggiore (FG), Gianni Di Turi IDV Bari, Nino Rosselli Commisario prov. Catania.
Nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe mai pensato che dopo quindici anni l’Italia dei Valori avrebbe scardinato il sistema. Ma nessuno avrebbe mai immaginato anche che la stessa IDV sarebbe stata travolta dalle macerie del sistema. E mai avremmo potuto pensare che nel finale del film il gabbiano sarebbe stato impallinato proprio dall’Ufficio di Presidenza del partito, con cui si è decretato lo scioglimento dell’IDV, annunciate le primarie costituenti, cancellate le decisioni dell’esecutivo nazionale. Che confusione, siamo alla maionese impazzita. Un golpe con cui qualcuno ha cercato di assassinare “tu quoque brute, fili mi” il fondatore del partito “Cesare”, Antonio Di Pietro. Non può un Ufficio di Presidenza composto da qualche dirigente decretare lo scioglimento di un partito. Non può deciderlo una cerchia ristretta chiusa in una stanza. Questa decisione spetta all’unico organo sovrano del partito che è l’assemblea nazionale. E’ in quella sede che si deve decidere lo scioglimento oppure la prosecuzione dell’esperienza dell’IDV. Le decisioni dell’ufficio di presidenza pertanto sono illegittime: è illegittimo che si possa decretare lo scioglimento del partito senza convocare l’assemblea nazionale; illegittimo che si possano cambiare le decisioni di un esecutivo nazionale regolarmente convocato e svolto; illegittimo che si possa decretare la fine dell’IDV senza ascoltare la base e i militanti. Chiediamo ad altri partecipazione e democrazia, ma i nostri comportamenti sono l’esatto contrario. L’IDV non è morta e credo che può ancora risorgere se percorre fino in fondo la via crucis attraverso una analisi profonda degli errori commessi senza risparmiare nessuno. Come sarebbe un errore crocefiggere solo Antonio Di Pietro. In tanti prima della trasmissione Report osannavano le gesta del capo, nessuno osava criticarlo. Ora risulta tardivo e sospetto! Un partito consapevole dei propri errori si sarebbe pertanto dovuto presentare all’esecutivo nazionale con l’Ufficio di Presidenza dimissionario in toto per rimettere all’esecutivo nazionale il compito di individuare un collegio di garanti terzo e di alto profilo per rilanciare un nuovo progetto politico senza rinunciare però alle proprie radici. Faccio tre nomi a caso: Travaglio, Zagrebelsky, Paolo Flores D’Arcais. Per ritornare alle origini non serve un nuovo partito che aderisce all’ALDE, serve una nuova IDV che ritorni a occuparsi di etica e legalità nell’ALDE. Perché dell’ALDE siamo i fondatori. Rilanciare un nuovo progetto non significa cambiare il nome del partito o fondarne uno nuovo, perché questa sarebbe un’operazione di puro riciclaggio per far passare nuovo ciò che nuovo non è. I cittadini non si fanno più ingannare. Serve invece il radicale cambiamento della politica nell’IDV, trasparenza nella gestione del partito e ricambio della classe politica, anche generazionale. Azzeriamoci tutti, perché tutti siamo responsabili di questo disastro! Uno degli errori a mio giudizio imperdonabile, che il nostro partito ha commesso, è aver abbandonato al proprio destino i territori e le periferie. E' mancato il rispetto nei confronti dei militanti. Una nuova IDV pertanto deve partire da lì, e per farlo deve avere un piano di investimenti di idee e anche economico. I fondi in cassa dell’IDV devono essere investiti per il rilancio dell’organizzazione e per sostenere l’impegno nella rete. Pronti per le prossime elezioni tra meno di un anno. Le primarie vanno di moda, anche se non mi entusiasmano, ma devono servire a selezionare la migliore classe dirigente formatasi sui territori all’interno di un progetto politico che non può prescindere dall’Italia dei Valori, dal gabbiano e dalla storia di Antonio Di Pietro. Temo invece che le primarie possano servire a nuovi “zompafussi” pronti a salire sul taxi, per poi scendere alla prima fermata. Antonio Di Pietro oggi più che mai ha il dovere di rappresentare il simbolo della lotta al sistema di corruzione nel nostro paese, che in troppi vorrebbero rimuovere dalla coscienza e dalla memoria collettiva. A noi, dirigenti dell’IDV, spetta il compito di trasformare quel simbolo in comportamenti credibili e coerenti.
Quando parliamo di scuola pubblica parliamo di democrazia e libertà. La scuola pubblica ha la funzione di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale affinché i cittadini siano tra loro eguali; articolo 3 della Costituzione. In questi anni invece è stato possibile cancellare il diritto allo studio e la libertà d’insegnamento (articoli 33 e 34) senza riscrivere la Costituzione. E’ bastato tagliare alla scuola 8 miliardi di euro in tre anni e 140.000 tra personale docente e Ata, e ops il diritto allo studio seppur scritto in Costituzione è stato sbianchettato. La scuola statale è stata demolita, denigrata e isolata nell’opinione pubblica. Gli insegnanti sono fannulloni e gli alunni bulli. Berlusconi e Gelmini hanno tagliato il personale, creato le classi pollaio, il maestro unico, accorpato le classi concorso, dimensionati gli Istituti, per non parlare della vergognosa riconversione a sostegno degli esuberi o della riforma della scuola secondaria approvata senza passaggio parlamentare. Il governo Monti e il Ministro Profumo hanno proseguito quelle politiche di distruzione con la spending review che ha cancellato migliaia di cattedre, il tentativo di aumentare le ore di insegnamento frontale, la modifica per legge del contratto collettivo nazionale dei docenti. Il cerchio si chiude con il fallito tentativo di PD, PDL e UDC di approvare la Legge Aprea/Ghizzoni per la riforma degli organi collegiali con la conseguente balcanizzazione, aziendalizzazione e privatizzazione della scuola. L’autonomia statutaria, l’ingresso delle fondazioni e la chiamata diretta trasformano la scuola da istituzione ad azienda. L’opposizione in Parlamento dell’IDVe il movimento dal basso della scuola hanno fermato per il momento questa pericolosa deriva. Ma il problema è solo rimandato e l’accordo Monti-Bersani non fa prevedere nulla di buono all’orizzonte. La scuola pubblica è bene comune e va difesa con i denti, ripartendo dalla Costituzione. Si può riformare la scuola ma nel rispetto della nostra Carta. Una scuola pubblica laica, libera e inclusiva, una scuola che forma cittadini consapevoli. Per ridare centralità alla scuola pubblica per prima cosa serve una rivoluzione sull’uso delle risorse e scelte politiche dirompenti. Vanno restituiti 8 miliardi di euro e reintegrato il personale. Non è vero che i soldi non ci sono. Un governo che vuole investire nella filiera dell’istruzione, dell’università e della ricerca taglia alla difesa, compra meno armi, alleggerisce l’esercito. Dobbiamo sottoscrivere un patto per la scuola per stabilizzare 280.000 precari delle graduatorie ad esaurimento e ringiovanire il personale derogando alla legge Fornero. E’ quello che ho raccontato a Torino incontrando docenti e alunni dell’associazione Insegnanti Arrabbiati, con i quali ho sottoscritto il Manifesto per la scuola pubblica come bene comune che considero rivoluzionario.
Annamaria Moschetti è una pediatra, che in questi anni ha raccontato come vivono, si ammalano e muoiono di diossina i bambini a Taranto. Ha visto le loro narici impregnate di polvere ferrosa nera. Ha gridato tante volte inutilmente per far capire alla politica il disastro di Taranto. Ha lanciato allarmi portando i dati del suo lavoro, molto meglio di tante ARPA messe assieme. ...
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