le manovre in atto in Consiglio Regionale prima ancora del suo insediamento con transumanze, cambi di casacca e nuovi gruppi consiliari nati da interessi di famiglie politico-imprenditoriali ci impongono una riflessione sulla qualità della politica.
La decisione del Presidente Vendola di lasciare fuori dalla giunta i conflitti d’interesse e i poteri forti evidentemente sta dando fastidio a qualcuno.
I poteri forti non guardano di buon occhio alla straordinaria richiesta di cambiamento avanzata dai pugliesi, né alla grande voglia di partecipazione del popolo. Tutto questo fa maledettamente paura, a chi vorrebbe conservare lo statu quo.
C’è una regia occulta che dietro le quinte dirige queste oscure manovre politiche che asserviscono l’interesse pubblico a quello privato. Politici, imprenditori e criminalità riuniti in comitati cercano di riorganizzare la controffensiva restauratrice.
L’IDV in Puglia in queste settimane è stata oggetto di un’OPA ostile da parte di poteri oscuri, che stanno contrastando il cambiamento. Qualcuno ha pensato di scalarci per fermare l’azione riformatrice di Vendola e utilizzarci come strumento di ricatto.
C’è chi vuole contrastare le nostre scelte politiche innovative, come quella dell’assessore Nicastro all’ambiente. Un magistrato custode della legalità, proprio nel luogo dove in questi anni si sono intrecciati gli interessi delle ecomafie con la politica, dove il business delle rinnovabili sta vedendo l’ingresso in grande stile di Cosa Nostra, e la gestione dei rifiuti è sotto l’esclusivo controllo privato.
Questa mente raffinata tenta di fermare il processo di rinnovamento in atto nella Regione Puglia, cerca di ostacolare il radicalismo riformatore-legalitario dell’IDV e di Vendola.
la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha deliberato, con il voto favorevole di PDL LEGA e PD, per la sindacabilità delle mie dichiarazioni sul Sottosegretario Mantovano rilasciate il 3 settembre 2008 in merito alla vicenda dell’omicidio Basile e ai rischi di insabbiamento della verità. La Giunta per me non ha ritenuto dover applicare l’art. 68 della Costituzione che dovrebbe tutelare le opinioni dei Parlamentari e che invece è stato utilizzato fino ad oggi per tutelare tangentisti e parlamentari, soci di cosa nostra e del clan dei casalesi.
Sono orgoglioso che la Giunta mi abbia spogliato dell’immunità parlamentare, odioso privilegio di casta. Sarò giudicato come un cittadino qualunque, come è giusto che sia, e mi difenderò nel processo. Tuttavia, non posso non rilevare che oggi, i membri della Giunta hanno introdotto una straordinaria novità in merito all’applicazione dell’art. 68 della Costituzione.
Tale novità costituisce un “pericoloso” precedente, pericoloso naturalmente per loro, visto che da oggi in poi saranno sindacabili le opinioni di tutti i parlamentari, a cominciare da quelle del Presidente Silvio Berlusconi. Mi auguro che il voto favorevole del Pd non sia un voto ad personam, ma l'ossequio ad un principio che rispetteranno sempre da oggi in poi, anche quando si dovrà votare per un membro del Pd o del Pdl.
Io sono sereno e in sede di giudizio dimostrerò la correttezza delle mie dichiarazioni, avendo piena fiducia nell’indipendenza della magistratura.
La scelta di procedere alla sindacabilità per i reati di opinione, conferma il “doppiopesismo” di casta di questo Parlamento, che mentre ha giudicato sindacabili le mie dichiarazioni ha respinto gli arresti per gli onorevoli Cosentino del PDL accusato di essere socio del clan dei Casalesi e di Margiotta del PD accusato di aver preso tangenti dalla Total in Basilicata.
Noi dell’IDV restiamo coerenti e non ci nascondiamo dietro l’immunità parlamentare, né ci difendiamo dai processi o attacchiamo i magistrati, ma da comuni cittadini ci mettiamo al servizio della verità e della giustizia.
nel Golfo del Messico una marea nera di almeno 6mila chilometri quadrati avanza verso le coste più belle e incantevoli del centro America. Avanza sopra le barriere coralline, lungo distese di sabbia bianca, davanti a hotel che ospitano turisti attoniti, avvolge in una coltre nera e oleosa delfini e capodogli, galleggia come una enorme busta di plastica nera, toglie l’ossigeno a chi il mare abita.
Obama parla di disastro ambientale dalle proporzioni bibliche. I Marines, che sono impegnati contro i Talebani, combattono una guerra contro un nemico interno, frutto del mercato, il petrolio che serve al business delle società multinazionali americane.
Quel petrolio che spinse Dik Cheney, vicepresidente americano di Bush e socio della Multinazionale ESSO, a sferrare la guerra in Iraq.
Oggi quel petrolio si dirige contro gli stessi interessi economici dell’America, devastando paradisi terrestri dove il turismo resta l’unica risorsa vera dell’economia americana.
Quel petrolio che in questi giorni la Ministra Prestigiacomo, anche lei figlia di un imprenditore legato ai prodotti petroliferi, autorizza a ricercare nel basso adriatico davanti al parco marino naturale delle Tremiti, nel Golfo di Taranto, a Otranto, di fronte alle spiagge tra Monopoli e Brindisi, tra le pietre della Murgia.
I ricorsi amministrativi non bastano più di fronte all’arroganza di chi decide infischiandosene del territorio, non bastano neppure le mobilitazioni della società civile che resta inascoltata.
Serve una presa di coscienza collettiva e generale. Serve un rinnovamento dell’idea di sviluppo del mondo. Serve investire in modo chiaro sull’economia verde fatta di eolico, fotovoltaico e idrogeno.
Perché mentre Roma discute Sagunto viene espugnata. E infatti mentre in Puglia si fanno ricorsi e mobilitazioni di piazza due procedimenti autorizzativi della Northen Petroleum – le istanze FR39NP ed FR40NP di fronte alle coste tra Monopoli e Ostuni – secondo quanto riportato dallo stesso Ministero dello Sviluppo, già dal 2011 quello specchio di mare potrebbe vedere in azione le trivelle per perforare i fondali alla ricerca dell’oro nero. Ma questo nessuno ha il coraggio di dirvelo.
il 25 aprile ho partecipato ad una delle manifestazioni perricordare il sacrificio di tanti italiani che scelsero di stare dalla parte della democrazia e della civiltà contro il regime fascista di Benito Mussolini e l’occupante nazista.
Questi partigiani non scapparono né scelsero la repubblica di Salò, ma se ne andarono sulle montagne con nomi di battaglia per organizzare la Resistenza.
Questo accadde quando il regime nazi-fascista manifestò tutta la sua barbarie deportando nei campi di sterminio i dissidenti politici, gli ebrei, i rom, gli zingari, gli omosessuali, i diversi.
Partigiani come Sandro Pertini pagarono con il carcere il senso di appartenenza ai valori democratici e socialisti.
Oggi tutto questo è scomparso dalla celebrazione del 25 aprile. C’è la mistificazione della verità. Non si capisce cosa si stia ricordando. Non si vuole parlare chiaro.
Il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, già fascista, nel suo intervento ha cancellato le parole Liberazione dal Fascismo, Resistenza e Partigiano.
Silvio Berlusconi dalle televisioni annuncia il suo 25 aprile per modificare la Costituzione, demolirla, annullare il frutto proprio di quella resistenza.
E Gianfranco Fini, fino a poco tempo fa ideologo neofascista oggi idolatrato persino da esponenti del PD, parla di costruire una nuova destra.
Il 25 aprile vorrei ricordarlo per quello che è: una mattina, mi sono svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao ciao, una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor; o partigiano portami via o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor.
Oggi il 25 aprile è la resistenza dei magistrati che difendono l’autonomia e assicurano una giustizia uguale per tutti, è la resistenza dei lavoratori i diritti dei quali vengono ogni giorno calpestati, è la resistenza degli extracomunitari ai caporali, è la resistenza degli insegnanti che non si rassegnano ad una scuola libera, è la resistenza di giornalisti che non rinunciano all’indipendenza, è la resistenza di imprenditori che non piegano la testa alla mafia. Questa è la nostra Italia del 25 aprile che continua a resistere.
La città dove sono nato e vissuto, la mia città, Monopoli, ospita dal 1996 uno stabilimento di concia delle pelli per il settore arredo e per il settore auto: la proprietà è del gruppo Italian Leather che ha stabilimenti in Argentina, Italia, Germania, Stati Uniti e di recente anche in Romania. Il titolare dell'azienda è Attilio d'Apolito, definito dal blog argentino Ambientalmente «excéntrico impresario» una sorta di deus ex machina dell’intero gruppo; da fonti argentine, siti ambientalisti soprattutto, l'azienda argentina Curtasa del gruppo Italian Leather è al centro della protesta degli abitanti e della giunta municipale a causa dei rischi ambientali e alla salute legati allo sversamento di cromo, cadmio, zinco e acido solforico. Infatti, proprio nell'area ove sorge l'azienda si denuncia un incremento dell'incidenza di tumori del 18-25 per cento; dallo stesso sito si riscontra che l'imprenditore sia stato denunciato penalmente e che la fabbrica sia stata chiusa per ben 2 volte nel 2009. Si rileva inoltre che la Curtasa in base alla misurazione di impatto ambientale è indicata come categoria 3 (grave rischio alla salute), e che pertanto non dovrebbe essere collocata in una zona abitata. Peraltro all'interpellante risulta che l'azienda non sia in possesso del certificato di idoneità ambientale scaduto il 22 novembre 2009. Ma torniamo un attimo a Monopoli: dal 1996 ad oggi l’azienda ha beneficiato di fondi della 488 per il rilancio dell’attività dello stabilimento di contrada Torre d’Orta che si occupa di colorazione e taglio delle pelli. Circa 430 dipendenti, per un fatturato annuo di 67milioni di euro. Lo scorso 7 aprile 2010 e per due giorni gli operai della conceria hanno protestato davanti all'azienda contro il nuovo piano industriale dell'Eco Leather. La soluzione dell'azienda per risolvere lo stato di crisi si poneva infatti come un aut aut per i lavoratori, perché prevede la turnazione 6 per 6 (sei ore di lavoro giornalieri per sei giorni senza maggiorazioni ed indennità) oppure la riduzione dell'organico con la messa in mobilità dalle 60 alle 200 unità di personale; in tal modo, secondo i vertici della conceria, il costo del lavoro si abbassa, ma si abbassano anche gli stipendi dei lavoratori già provati dalla condizione di crisi generale. Ovviamente operai e sindacati hanno lasciato il tavolo e deciso di continuare lo stati di agitazione. Dopo alterne vicende, il perdurare dello sciopero ed il rischio che questo comportasse ritardi sulle consegne con conseguenti perdite di commesse del settore auto ha riportato le parti al tavolo con un cambio di atteggiamento da parte dell’azienda che si è molto ammorbidita. Fino al raggiungimento di una piattaforma di accordo (allo stato non ancora formalizzata): accordo che fa tirare un sospiro di sollievo alla città e ai lavoratori. Tuttavia l’intesa prevista per la durata di sei mesi non assicura garanzie sufficienti perché si possano dare risposte strutturali ad una crisi economica profonda che sta coinvolgendo anche il settore delle pelli. A questo si aggiunge che per l’azienda il 2011 termina la possibilità di attingere ai fondi dello Stato previsti dalla Legge 488. Nella vicenda Eco Leather tuttavia si ravvisano elementi poco chiari per il futuro lavorativo e per l’intero territorio, per tale ragione ho chiesto attraverso una interpellanza l’intervento del Ministero dello Sviluppo al fine di aprire una tavolo di crisi nazionale perché monitorizzi la situazione e individui soluzioni permanenti. Ci aspettavamo dall’azienda un riconoscimento maggiore nei confronti di un territorio che ha accolto questa realtà industriale, e che da qualche tempo vive continuamente con la spada di Damocle dei licenziamenti e della delocalizzazione in aree più vantaggiose sul piano economico ma anche con meno diritti sindacali per i lavoratori. In definitiva l’intesa raggiunta tra azienda e sindacati per la durata di sei mesi ci fa tirare un sospiro di sollievo ma non ci deve fare abbassare la guardia di fronte ad una questione che interessa il destino di centinaia di lavoratori di una azienda che senza troppi giri di parole ha parlato chiaro di voler ridurre il costo di lavoro, già abbastanza ridotto, minacciando mobilità e licenziamenti.